IL SAPORE DELLE ILLUSTRAZIONI: CUCIN-DISEGNANDO

di Monica Menozzi.
traduzioni di Monica Menozzi.






ITA
Julia Binfield ha studiato graphic design alla St. Martin’s School of Art, a Londra e per due anni ha lavorato con Alan Fletcher, a Pentagram. Nel 1980, si è trasferita in Italia, prima a Roma, quindi a Milano, dove, nel 1984, ha aperto il proprio studio. Era consulente di graphic design per molte aziende italiane, mentre le sue illustrazioni sono state pubblicate negli anni in Europa e negli Stati Uniti.
Quando è possibile Julia ama dedicare il proprio tempo a progetti personali, molti dei quali costituiscono lo spunto per mostre, in Italia e all’estero. Vive e lavora a Milano.

Ciao Julia e benvenuta a Lunchbreak!
Come prima cosa desidero esprimerti i miei personali complimenti per tuoi lavori che trovo molto eleganti e personalissimi, di una qualità eccellente.
Ti piace sperimentare e accostare ogni sorta di sapore creando ricette insolite e di effetto: seguirti in cucina è un avventura appassionante….Cosa stai cucinando oggi? che illustrazioni hai in caldo? Quali sono i progetti e le tecniche con cui stai per deliziare i tuoi ospiti?



Grazie Monica, non disdegno un complimento….
E anche io vedo molte similitudini tra il disegno e la cucina!
Al momento ho un sacco di piatti in caldo sulla stufa, che è esattamente quello che piace a me… oltre alla mia consueta mappa per l’edizione del sabato de LA REPUBBLICA e un collage che mensilmente elaboro per la rivista GARDENIA, ho appena spedito una illustrazione per il Concorso Calendario di Tapirulan, il tema di quest’anno è Eden. Sono stata molto presa in queste ultime settimane e non sapevo se ce l’avrei fatta, mi sono ridotta all’ultimo istante…però mi piace molto avere un tema ed è divertente, ogni tanto, aderire a una competizione, per cui alla fine sono contenta di essere riuscita a partecipare. Inoltre ho una commissione personale da parte di una mia amica per un matrimonio. Gli sposi vivono in un meraviglioso palazzo art nouveau qui a Milano e hanno viaggiato parecchio per cui ho molti elementi su cui basarmi per il loro disegno.
Ho concluso da poco un progetto molto interessante: “1000 cose da fare…” una di una serie di eventi che nell’ultimo paio di anni sono stati dislocati in diversi luoghi a Milano, e più recentemente in piazza Leonardo Da Vinci. E’ un intervento di stencil e di scrittura nell’enorme spazio davanti al Politecnico. L’istallazione è stata commissionata dalla Università come parte del progetto del Campus Sostenibile di Città Studi, con lo scopo di incoraggiare il dialogo tra l’Università e I residenti in quegli spazi pubblici  della città che condividono. (maggiori informazioni nel blog – smartplanpolimi.wordpress.com). L’intento della performance è quello di suscitare consapevolezza in relazione al fatto che la circolazione delle auto non è più permessa nella piazza e suggerisce in modo un po’ giocoso, altre cose da fare in quello stesso spazio, oltre al parcheggiarci sopra la propria vettura.
Decidemmo di stilare una lista dei primi 99 suggerimenti, lasciando il numero 100 libero,  come invito a continuare l’interazione.
Stiamo ora cercando modi per coinvolgere I residenti, così come gli studenti, esortandoli a parlare delle loro esperienze legate a quel luogo. 
E’ stato affascinante lavorare in un uno spazio pubblico all’aperto e entusiasmante dipingere sull’intera piazza, sulla strada, sui marciapiedi; su tutto e… legalmente! All’inizio mi sentivo fin troppo esposta ma poi mi sono ritrovata ad avere conversazioni davvero interessanti  e ad ascoltare storie incredibili a proposito della piazza. Così il prossimo passo sarà pensare a come raccogliere e organizzare tutto questo materiale. Ho notato anche quanto mi sia sembrato strano e nuovo questo progetto all’inizio,  ma poi, via via che si è sviluppato è diventato progressivamente sempre più vicino al mio modo di affrontare e lavorare anche altri soggetti in altri ambiti.
Cos’altro poi…una Collettiva organizzata da Marcella Brancaforte, una illustratrice che non avevo ancora conosciuto di persona (siamo però amiche su Facebook!) della quale ammiro molto il lavoro. Siamo stati invitati a presentare un libro sul quale abbiamo in qualche modo lavorato…così ora sto pensando anche a questa cosa: un altra scadenza piuttosto stringente.


Disegni spesso su carta appesa alla parete del tuo studio, in un formato molto grande e utilizzi ogni sorta di tecnica compreso collage, gessetti e carboncini: i procedimenti tradizionali sono quindi predominanti nel tuo lavoro. Prima domanda: come fai poi a coniugare il tradizionale con il digitale… fotografi tutto e poi ti occupi tu della ottimizzazione e della postproduzione delle immagini? Oppure consegni ai tuoi committenti gli originali, come si faceva tempo fa?
Recentemente in effetti sto pensando a questa cosa. Al momento faccio praticamente tutto manualmente. A volte faccio delle scansioni del pezzo finito e le mando al cliente se il formato non è troppo grande. Altrimenti faccio fare le scansioni da professionisti o faccio fotografare il pezzo…oppure recapito l’artwork originale come nell’era pre-computer!! Anche la scala del lavoro è un fattore determinante; spesso lavoro su larga scala perchè il brief lo impone – le tele per lo showroom di Hermes erano alte più di 2 metri e una di quelle per Ristò superava I 5 metri di larghezza. Nel corso del tempo ho ridotto  il mio formato naturale di lavoro, ma difficilmente riesco a costringerlo in un formato A4 che è quello che il mio scanner supporta.
Oltre alle scansioni e alla postproduzione dei disegni mi sono cimentata varie volte con Photoshop, aggiungendo caratteri e preparando l’artwork per un progetto serigrafico e mi piacerebbe trovare più tempo per elaborare in Illustrator dei disegni al tratto oppure per creare collages di immagini che ho fatto o recuperato.


Pensi che il "manufatto artistico", il disegno su carta o su tela, conservi ancora un fascino superiore a quello di un file, che abbia un valore aggiunto? Quale è la percezione da parte dei committenti per i quali lavori? 
Non direi che il disegno tradizionale è più affascinante o prezioso. Personalmente trovo intrigante vedere immagini prodotte a computer, specialmente se sembrano dipinti ad olio o disegni a carboncino, sono davvero stupita alla constatazione della grandissima libertà che questo mezzo permette. Non credo che io sarei in grado di racapezzarmi in tutte quelle scelte e opzioni. Lavorare su carta è divertente e forse risulta in una giornata più varia piuttosto che star seduti davanti a un computer, ma ci sono state un paio di volte dove anche il più piccolo cambiamento all’originale ha reso necessario il completo rifacimento del lavoro: in questo momento ci si rende conto dei propri limiti.
La committenza la vede in entrambi I modi, penso. Alcuni sono deliziati nel sapere che c’è un originale e spesso mi chiedono di poterlo avere alla conclusione del progetto. Altri sono leggermente scossi dal fatto che debbano fronteggiare una pila di disegni su carta piuttosto che un file e vivono questo come una complicazione. Ovviamente cerco di venir loro incontro per superare questa incresciosa difficoltà consegnando scansioni o organizzando riprese fotografiche dei lavori.

Chiaramente, visto la qualità del tuo lavoro, la linea di confine con l'arte e con il mondo delle personal exhibitions è stata completamente valicata e cancellata….Attualmente ti senti più illustratrice o più artista? vuoi darci la tua personale definizione di queste due figure e parlarci delle peculiarità di questi ruoli relativamente alla tua esperienza.
Mi sento come se stessi in entrambi gli ambiti e in nessuno dei due allo stesso tempo: ogni tanto questo può risultare spiazzante. Ho iniziato la mia vita professionale come graphic designer e molto gradualmente mi sono spostata verso l’illustrazione, decidendo alla fine, nel 1996, di lavorare solo a questa a pieno regime. A volte ho commesso l’errore  di essere “nell’altra modalità” quando ho avuto una commissione e questo non è stato affatto un bene, così ora mi assicuro di essere conscia di quello che ci si aspetta da me prima di partire, anche a costo di porre domande che a volte possono addirittura sembrare banali.
Ho sempre sognato di poter lavorare esclusivamente su progetti miei personali, slegati dalla committenza e quando I tempi saranno propizi penso che me ne andrò via in qualche parte del mondo tipo il Messico per sei mesi per poi vedere che succeede.

Tornando alla questione delle commissioni, però, non c’è niente come una scadenza o una costrizione (il Brief n.d.t.) per scaturire le idee e mi chiedo se, forse, avendo una libertà totale non mi perderei o finirei semplicemente per sprecare ancora più tempo di quanto non faccia ora!
Alla fine penso che mi piace proprio questo muovermi da un mondo all’altro e certamente ci sono vantaggi in entrambi gli ambiti.  A volte il mio lavoro personale porta a commissioni come nel caso dei disegni del giardino oppure come la serie di collages “Mr. Williams’ Collection”, realizzati con etichette di vini. Oppure in alternativa un lavora comissionato diventa l’ispirazione per una serie di nuovi pezzi personali. Una gran quantità di pile di piatti sporchi, e successivamente pentole, fu quello che venne fuori quando Mario Piazza mi chiese di realizzarne uno in un gruppo di totem fuori dalla stazione Cadorna di Milano. A volte il difficile sta nel sapere quando è il momento di chiudere con una serie e di iniziarne un’altra.

l'illustratore è AUTORE delle proprie immagini ed attraverso di esse compie una narrazione. Tu spesso senti l'esigenza di inserire anche molto handwriting: ti piace vedere il testo e la calligrafia accostata all'immagine, come elemento portante. Quindi scegli di narrare a 360 gradi. Come vivi il tuo essere Autrice…che consigli elargisci a chi intende avere una coscienza più definita del proprio essere autore, come ci si pone in modo corretto e proficuo di fronte alla committenza?
Ho sempre realizzato immagini in modo piuttosto spontaneo e spesso soltanto in seguito, parlando con altra gente, ho realizzato la peculiarità della mia visione personale e esattamente quanto questa sia a volte diversa da quella degli altri. Più recentemente ho rallentato e rifletto di più prima di iniziare. Mi piace coltivare una serie di pezzi attorno ad una storia che può anche svilupparsi in diversi mesi o persino anni, come nel caso di un progetto, “Things moving” sul quale ho lavorato sin dal 2008.
Per quanto riguarda la calligrafia, è qualcosa che è proprio al centro di una persona: nel mio caso questo può essere in qualche modo maggiormente evidente, dipende dal fatto che sono Inglese e così la mia scrittura, vista in Italia, contrasta in modo piuttosto netto con quella comune. Ricordo un progetto di stampa, al College, in cui ho scelto di mischiare calligrafia e tipografia… ora mi piace particolarmente giocare con gli stampi in gomma e gli stencils piuttosto che utilizzare forme di caratteri più elaborati. Sto lavorando ad una serie, al momento, che è pressochè quasi tutta calligrafica con una presenza veramente limitata di elementi disegnati.
A proposito del ruolo di Autore: mi piace particolarmente questo senso di autoralità e trovo che lavorare sui miei progetti personali sia una delle cose più gratificanti che possa fare. Il mio consiglio per chiunque si approcci a questa professione è quello di coltivare e nutrire la propria parte creativa, quella che fa di ciascuno di noi una persona unica; la vedo un po’ come una voce interiore: potrebbe essere una voce appena percettibile per cui è necessario ascoltare molto attentamente. E’ ovviamente necessario ed essenziale ascoltare chiunque sia il committente, ma è altrettanto importante non farsi trascinare in una direzione che non è la propria o perlomeno, darsi del tempo per prendere confidenza con una nuova direzione. Una volta ho sbagliato in quel senso e ho dovuto constatare che è un difficile e lento cammino tornare indietro…Ognuno di noi e solo noi sappiamo quando una direzione è giusta oppure no. Questo mi fa venire in mente una citazione di Hemingway tratta dal Giardino dell’Eden, nella quale mi sono imbattuta recentemente…“Remember, everything is right until it’s wrong. You’ll know when it’s wrong”. 
Ricorda: Qualsiasi cosa è giusta fino a che è sbagliata. Saprai quando è sbagliata”.

Per Topipittori hai realizzato il libro illustrato “N°3 – Che Mistero nasconde il Giardino dei Vicini?”  destinato a bambini dagli 8 ai 10 anni. Come è nato questo progetto?  Che cosa puoi raccontarci di questa esperienza? 
E’ stata una bella esperienza che ha avuto subito in se qualcosa di misterioso. Avevo incontrato Giovanna Zoboli circa un anno prima perchè stava scrivendo delle storie in collaborazione con diversi illustratori che avevano lavorato per Rex, attraverso la rivista Abitare.
Le feci vedere le illustrazioni di giardini alle quali stavo lavorando in quel periodo. Quando le finii, le mandai le foto e lei scrisse la storia attorno ad esse. E’ stato solo in quel momento che ho capito che le piacevano veramente… E’ una storia piena di gente, gente che non appare mai nel libro; una storia inconsueta e piuttosto magica, quasi (-: ma non del tutto) come il giardino dove è ambientata.

Grazie Julia per essere stata con noi, a presto!

Piacere mio Monica!


ENG
Julia Binfield studied graphic design at St. Martin’s School of Art in London and worked at Pentagram with Alan Fletcher. In 1980 she moved to Italy, first to Rome and then to Milan where she currently lives and works. As a graphic designer she has been a consultant to many Italian companys, while her illustrations have been widely published over the years in Europe and the USA. When possible Julia likes to dedicate time to personal projects which often lead to exhibitions.

Hello Julia and welcome to Lunchbreak! First of all I’d like to say how much I personally admire your work; it’s so elegant, original and of such high quality. You love to experiment, mixing all sorts of ingredients, and come up with unusual and impressive recipes; following you in your kitchen is a wonderful adventure…What have you got cooking today? Which illustrations are bubbling away on the stove? Which are the projects and techniques you’re going to delight your guests with?
Thank you Monica – I love a compliment.
And I too see many similarities between cooking and drawing!! 
I’ve actually got lots of different dishes on the stove at the moment which is how I like it. Apart from my regular Saturday map in La Repubblica (an Italian daily newspaper) and a monthly collage for Gardenia magazine, I have just sent off an illustration for Tapirulan with the theme “Eden” for this year’s calendar competition.  I’ve been busy over the last few weeks and had left this to the very last minute but I enjoy having a theme and it’s fun entering a competition every now and then so I’m delighted that I managed to squeeze it in. Then I have a personal piece for a wedding commissioned by a friend. The bride and groom live in a beautiful art nouveau building here in Milan and have done a lot of travelling so I’ll be workng with those elements to make them a picture.
I have recently finished a very interesting project “1000 things to do…”, a small part of a series of events which have been taking place in Milan over the last couple of years, and more recently in Piazza Leonardo da Vinci. It involved stencilling and writing in the huge square which is outside the Politecnico university. The installation was commissioned by the university as part of the Città Studi Campus sostenibile project, whose aim is to encourage dialogue between the university and residents in the public spaces they share (details on their blog – smartplanpolimi.wordpress.com). It is designed to make people aware of the fact that cars are now banned from the square and is a light-hearted reference to the fact that there are many many things to do there other than parking your car. We decided to make a list of the first 99, number 100 is …, an invitation to continue, (-: possibly not literally) and we are now looking at ways to involve the residents as well as the students by talking to them about their experience of this place. It was fascinating to be working in a public space and exhillarating to paint all over the square, in the road, on the pavement, on the paths, and legally too!; at first I felt slightly vulnerable but I actually ended up having some very interesting conversations and hearing lots of great stories about the square. So the next step will involve thinking about how to collect and organise this material. I’ve also noticed that when I started this project it felt like something very new, but as it’s developed it’s become closer and closer to my way of approaching other subjects.
What else - a group exhibition organised by Marcella Brancaforte, an illustrator who I haven’t actually met in person yet, (we are facebook friends!), but whose work I admire. Everyone has been invited to submit a book that they have in some way worked on so I’m thinking about that too at the moment as it’s another fairly tight deadline.
You often work in a large format using the walls of your studio, with all sorts of different tecniques, including pastels, collage and charcoal. Traditional tecniques seem to predominate in your work. How do you reconcile the traditional with the digital…do you photograph the work and then do the post production yourself, or do you deliver original pieces to the client, as in the past?
This is something I’ve been thinking about recently. At the moment I do almost everything manually. I sometimes scan the finished piece myself and send it to the client if the format isn’t too large.  Otherwise I either get the image scanned professionally or photographed or deliver the original artwork as in the pre-computer era!! Scale is often a determining factor as well; I sometimes work on a large scale because the brief calls for it – the canvases in the Hermés showroom in Milan were over 2 metres high and one of the originals at Ristò was 5 metres across. Over the years I’ve scaled down my natural working format but it’s rarely as small as A4 which is the size of my scanner.
Other than scanning and post production I’ve made a couple of attempts at using photoshop, adding type and preparing the artwork for a silkscreen project and I’d like to find the time to learn how to work in Illustrator on line drawings or collage together images that I’ve made or found.
Do you think that the artist’s “original”, whether on paper or canvas, has more value or appeal in some way than a computer file? How do your clients see it?
I wouldn’t say it’s necessarily more fascinating or has more value. Personally I find it fascinating to see images produced on a computer, specially as they often look like oil paintings or charcoal drawings and I’m amazed at the amout of freedom there is; I think I’d never be able to make all those decisions. Working on paper is very enjoyable and possibly more varied that sitting at a computer, but there have been a couple of times when even a small alteration to the original has meant doing it all over again and it’s then that you realise your limitations.
Clients see it both ways I think. Some are delighted to know that there is an original and often ask me if they can have it at the end of the project. Others are slightly phased by the fact that they will have to deal with a pile of paper rather than a file and see it as a complication. Obviously I try to help them over this worrying fact by delivering scans or organising photography.
Clearly, looking at the quality of your work, the dividing line between commercial work and personal projects has become blurred and at times completely disappeared…Do you feel more of an illustrator or more of an artist? Could you give us your own personal definition of these roles and tell us something about how they relate to your professional life? 
I feel as though I’m both and neither in a way and it can sometimes be confusing!  I started my professional life as a graphic designer and very gradually moved over to illustration, only deciding to work on it full time in 1996. I have sometimes made the mistake of being in the other “mode” when I’ve been commissioned and that wasn’t good at all, so I have to make sure I’m aware of what people are expecting, by asking what can often appear to be silly questions. 
I’ve always dreamt about being able to work fulltime on my own projects without the commissioned ones and when the time is right I think I will just take off to somewhere like Mexico for six months and see what happens. 
Going back to commissions though, there’s nothing like a deadline or a constriction to set off ideas and I wonder if I had total freedom if I wouldn’t get lost or just waste even more time than I do at the moment!!
In the end I think I actually enjoy moving from one world to the other and certainly there are benefits on both sides. Sometimes my own work leads to commissions as with the garden pictures or the Mr. Williams’ Collection of collages using wine labels, or alternatively, something I’m asked to do sparks off a series of personal pieces. Lots and lots of piles of dirty dishes and then saucepans resulted when Mario Piazza asked me to make one in a group of totems outside the station at Cadorna. Sometimes the hard thing is to know when to stop and go on to another series!
An illustrator is Author of their own images and tells a story with them. You often feel the need to use handwriting alongside your images, and text and calligraphy are important elements in your work, so emphasising the narrative aspect of your work. How do you see your role as Author…what advice could you give to someone who wants to define their own authorship and what are the secrets of approaching a potential client?
I’ve always made images in a fairly spontaneous way and often only afterwards talking to other people have realised the extent of my personal vision and just how much it sometimes differs from that of other people. More recently I’ve slowed down and think more before I start. I enjoy cultivating a series of pieces around a story which may takes months or even years in the case of one project, “Things moving” which I’ve been working on since 2008. 
As to hand writing, it’s somehow at the very core of a person; in my case this may be somewhat highlighted by the fact that I’m English and so mine, seen here in Italy, contrasts quite stongly with the way other people write. I remember at college in a printing project using type I chose to mix hand writing with typograpy and now I enjoy playing with rubber stamps and stencils rather than more sophisticated letter forms. I’m working on a series at the moment which is almost only handwriting with very few drawn elements.
You ask about the role of author. I really enjoy this sense of authorship and find that working on my own projects is one of the most rewarding things I can do. My advice to anyone setting out would be to cultivate and nurture the creative part of them that makes them unique; I see it a bit like an inner voice, but it can be a very quiet voice so it needs to be listened to carefully. Its obviously essential to listen to whoever is commissioning you too, but it’s important not to let yourself be led in a direction that’s not your own, or at least give yourself time to get comfortable with a new direction. I did it once and found that it’s a slow road back. You are the only person who really knows if the direction is right for you, which reminds me of a Hemingway quote from Garden of Eden which I came across working on the Tapirulan project “Remember, everything is right until it’s wrong. You’ll know when it’s wrong”. 
For the Italian publisher Topipittori you designed and illustrated the book “N°3 – Che Mistero nasconde il Giardino dei Vicini? (N°3 – What’s the Mystery hidden in the Neighbours’ Garden?) for children between the ages of eight and ten. Could you tell us something about this experience?
It was a great experience with something mysterious, almost mystical about it. I had met Giovanna Zoboli about a year earlier because she was writing some stories around different illustrators who had worked for Rex through Abitare magazine. I showed her the garden pictures I was working on at the time. When I finished them I sent her the photos and she wrote the story around them. It was at that point I realised that she really liked them. It’s a story full of people, people who never actually appear in the book;  an unusual and rather magical story, almost (-: but not quite of course) as magical as the garden where it takes place. 
Thanks for chatting to us Julia – see you soon!
My pleasure Monica!


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